Morlupo è una “caratteristica” cittadina della Provincia di Roma, le cui origini sono leggendarie come la sua etimologia. La presenza nel Forum Morolupum di tre o più Catacombe cristiane del secolo IV-V dimostra che nuclei rurali e coloni di piccole fattorie agricole, già di fede cristiana, sorgevano nel territorio di Monte la Guardia, di Fontana Vecchia e a Sterpareti e Fornelli. L’origine di questa cittadina, come quella di Castelnuovo di Porto, è legata alla fuga delle popolazioni in luoghi più difendibili, al tempo delle invasioni dei Saraceni e Ungheri, dell’VIII secolo.

Questi profughi e coloni, scampati alle distruzioni e saccheggi di Monte la Guardia (oggi Morlupo scalo) e delle fattorie della zona, abbandonando le località a ridosso della Flaminia, troppo facilmente prede delle scorribande, e si rifugiarono in un "vicus" abbandonato e quasi inaccessibile, quella che è oggi il borgo medievale intatto di Morlupo, la Mazzocca. Questa località è arroccata sopra un terrazzo roccioso e degradante, a ferro di cavallo, cinto da rupi a strapiombo.

Nel medioevo Il lato vulnerabile fu occupato dal castello Orsini a base rettangolare, con due torri laterali e due contrafforti. L'accesso alla corte è rappresentato da un elegante portale in peperino con scolpiti due leoni rampanti in alto e due lupi che sgozzano il gallo nei pilastri di base, emblema del paese. Un loggiato con gli stemmi Orsini sovrasta la corte interna.

Una fantasiosa etimologia fa derivare il suo nome dal latino MORE LUPI o MORE LUPORUM. Infatti, una leggenda narra che gli Irpi del Soratte abitavano la zona dominata dalla massiccia e solitaria montagna, così ricca a sua volta di storia, di leggenda e di poesia. Durante un rito religioso, gli Irpi contrassero un contagio, sicché furono costretti a vivere randagi come lupi, appunto “GENS MORE LUPORUM”, Gente che vive come i lupi! Il nome, molto più verosimilmente, è da farsi derivare dall'unione di Morro e lupo, il secondo sarebbe un nome di persona o, in senso traslato, ad indicare un luogo non facilmente raggiungibile e ben protetto.

La Mazzocca, che costituiva la Morlupo medievale, era situata a circa tre chilometri dalla via Flaminia (SS3), e distava - a dirla con gli antichi - “a mezza giornata da Roma”. Negli anni 30 del ‘900, con la costruzione della stazione ferroviaria, la cittadina è uscita fuori dall’antico borgo e si è estesa proprio in quelle zone di transito, per la presenza della Flaminia, che lasciò nel VIII. Morlupo è al trentesimo chilometro della Flaminia, cioè a circa venti chilometri da Roma. Conta circa 2.447 famiglie, per un numero di circa 7.200 abitanti. Il suo territorio si estende per Kmq. 23.8 Il territorio del comune risulta compreso tra i 65 e i 331 metri sul livello del mare.

L'emblema comunale raffigura il lupo sabino che azzanna il gallo e i colori del gonfalone sono rosa e celeste, gli stessi simboli medievali . Il primitivo centro storico, detto "Mazzocca", conserva la chiesa di S. Giovanni Battista, ristrutturata nel 1593 con il campanile del 1612; il castello Orsini, trasformato in dimora baronale nel 1598, con i resti del torrione poligonale a sperone esterno ed ellittico verso la platea castellana e la torricella ottagonale adibita ad abitazione, talmente manomessi da rendere impossibile la lettura primitiva.

Ancora in piedi sono: la chiesa di S. Maria al Borgo, la chiesa di S. Sebastiano, e il palazzetto o palazzina borghese. Morlupo ha dato i natali alla Ven. Caterina Paluzzi (1573-1645), fondatrice del monastero di domenicane ora abbandonato; al poeta Domenico A. Venturini (1808-1876) e al romanziere Antonio G. Quattrini (1877- 1936). Papa Giovanni Vlll assegnava il vicus e le terre ad vicesimum della Flaminia al conte Giovanni di Leone, dux, che costruì la chiesa di S. Giovanni Battista e vi fu sepolto il 16 luglio 898. In seguito passò ai monaci benedettini di S. Paolo fuori le mura di Roma, che lo tennero fino al pontificato di Nicolò III. Nel 1014 L'imperatore Enrico II occupava Morlupo, Castelnuovo, Fiano e Riano per poi restituirli all'Abbazia di S. Paolo.

Un documento del Regesto Farfense menziona nel 1038 due chiese rurali "in fundo Morlupo", territorio collinese, donate al monastero di Farfa. Anche il monastero di S. Ciriaco di via Lata possedeva nel 1052 una vigna "in territorio Morlupo in loco basiliorum ", come pure vi possedeva beni il monastero di S. Pietro de Fiorentillo. Papa Gregorio VII confermava nel 1074 e nel 1081 al monastero di S. Paolo il "castrum Morilupo cum suis pertinentiis"; la stessa cosa fecero i papi Innocenzo III con bolla del 1203, Onorio III nel 1218 e Gregorio IX nel 1236, definendolo "castrum quod vocatur Morlupum". Sotto il pontificato di Nicolò III (1280-1285) il castello di Morlupo fu ceduto dai benedettini al conte Gentile di Bertoldo Orsini e il figlio Romano lo assegnava nel 1293 in sopraddote alla moglie Anastasia di Guido di Montfort.

Nella metà del ‘300 Morlupo e Monte la Guardia aveva una popolazione castellana che sii aggirava su 650 anime. Martino V nel 1423, dopo varie diffide, assediò Morlupo, in rivolta per il peso della tassa, e, dopo averla occupato, fece distruggere, nel 1425 il castello, rifugio del ribelle Nicola Orsini di Bertoldo. Riabilitata la popolazione, che ebbe una riduzione della tassa sul sale di 5 rubbia, il castello di Morlupo "inhabitatum" passò nel 1426 ai Colonna per 10 mila fiorini d'oro. Nel 1432 Gentile Orsini, fratello di Nicola, recuperava Morlupo e Monte la Guardia; l'anno seguente però i Colonnesi fecero saccheggiare e bruciare da Nicolò Fortebraccio il bastione di "Monta la guardia". Il bastione di Monte la Guardia, la "Statio ad Vicesimum" (al mentesimo miglio da Roma), fu ricostruito da Virginio Orsini e nelle lotte tra i Colonna e gli Orsini del 1485 restò nuovamente danneggiato.

Il conte di Pitigliano Nicolò III Orsini, dopo aver ricostruito la torricella di ponente e il loggiato che guarda la platea, dove si ammirano vari suoi stemmi personali, nel 1468 promulgò un nuovo Statuto di Morlupo e perorò nel 1494 la fondazione del convento francescano di Santa Maria Seconda, incorporando l'antico romitorio dei Clareni (XIII secolo), attivato per la magnanimità dell'arcivescovo di Nicosia, mons. Aldobradino Orsini fu Nicolò, nel 1525. Il Convento conservava frammenti marmorei di epoca romana e medievale, oltre ad una tavola con Madonna e bambino, ritenuta la seconda Madonna dipinta da San Luca, da cui il nome di S. Maria Seconda.

Oggi di tutto ciò non c’è traccia! Resta la costruzione, il Convento e la chiesa… ed un sogno! Con due pergamene del 1528 e 1529 gli Orsini donavano alla popolazione di Morlupo l'uso dei pascoli, della legna morta e della spiga e il conte Giovanfrancesco Orsini ordinava nel 1539 il catasto di Morlupo. Il feudo di Morlupo restò agli Orsini di Pitigliano fino al 1613. Antimo Orsini, barone romano dei conti di Pitigliano, dopo aver ricostruito la facciata della chiesa di S. Giovanni Battista nel 1593 e la nuova porta castellana nel 1598, col contributo della Comunità, si vede costretto a vendere Morlupo per scudi 96 mila al card. Scipione Borghese, con atto del 2 aprile 1613, che lo cedette al cugino Marco Antonio Borghese, principe di Sulmona, per primogenitura. Sotto la signoria Borghese si ebbero benefici e privilegi.

Fuori l'abitato fu iniziata la costruzione di un palazzetto dall'affittuario Mattei nel 1617, passato alla casa Borghese, come residenza estiva. Nei documenti è citato: la palazzina, avendo dato nome alla contrada. Il dominio Borghese si protrasse fino agli inizi del XX secolo. L'anno del contagio, 1656, provocò a Morlupo circa 600 vittime e la popolazione si ridusse a meno di 300 anime. Il parroco compilò un elenco giornaliero di morti dal 2 aprile al 4 settembre. Meno mortalità arrecò l'epidemia del 1691. Nel Medioevo l'assorbimento della sfera temporale nella sfera spirituale era pressoché completo, tanto che lo stesso potere civile giungeva ad assumere l'aspetto di servizio religioso. L'influsso di siffatta concezione continuò ad esercitarsi fino alle soglie dell'età moderna, che ha gradualmente ma definitivamente marcato la delimitazione delle due sfere.

La popolazione di Morlupo, nel 1579, quando Caterina Paluzzi era appena una bambina, si componeva di circa 170 famiglie. Alla fine del secolo XVII contava 800 anime, salite a 2000 verso la fine del secolo XIX. Era una popolazione rurale, che le scarse risorse del territorio, i magri raccolti, la mortalità del bestiame, la dipendenza del signore dal luogo, le vicende belliche, le epidemie, contribuivano a mantenere in condizioni di povertà frequentemente rilevate nei vari documenti. Nel 1745 il Consiglio generale di Morlupo istituì in via definitiva la scuola femminile con 108 voti favorevoli e 3 contrari, affidandola a due maestre pie; la scuola maschile funzionava dal 1500. Alla carestia del 1763-64 fece seguito in Morlupo la carenza di grano, il rialzo dei prezzi delle derrate alimentari, mentre i salari non corrispondevano più al carovita, rendendo precario l'equilibrio economico e sociale.

Il feudo Borghese di Morlupo, con Stabbia e Morolo, era in affitto al mercante Domenico Antonio Narducci fu Filippo, di Monte Calvo Ascolano dal 1782 a scudi 4250 l'anno, rinnovato di novennio in novennio. Nel 1800 i Narducci pagavano al Borghese l'affitto in natura, 515 rubbia di grano e 100 rubbia di biada; il grano costava 11 scudi e la biada 5 scudi. Parte del raccolto agrario 1778-79 di Morlupo era stato garantito dai maggiori produttori all'Annona di Roma, facendo nascere in paese una dura reazione. La Comunità aveva ottenuto un prestito di 1500 scudi per procurarsi del grano "da sovvenire i poveri", ma con soldi alla mano non trovava venditori. Eppure Narducci Domenico Antonio ne possedeva 200 rubbia, il capitano Zaccardini Domenico 150 e i fratelli Domenico e Giovan Battista Ceccucci 90 rubbia, ma dicevano di averlo impegnato per l'Annona.

La Comunità e Popolo di Morlupo inoltrò al S. Padre Pio VI un esposto per ottenere l'acquisto di quelle rubbia di grano locale, pagando o rimborsando l'Annona di eventuali spese. In quegli anni il malessere serpeggiava di casa in casa e gli effetti si ripercuotevano anche nei consigli comunali, dove regnava confusione, illegalità, soprusi e litigi. In un consiglio comunale del 1785 nacque una tal gazzarra, che i consiglieri Natale Jacomussi, sarto ultra sessantenne, esattore e moderatore del pubblico orologio, e Pasquale Paoletti "con furore canino sollevarono et indussero li Consiglieri a secondare il loro parere sino al segno di proibirli di far i passare il Bussolo mentre tutto restò vilipeso dali urli, jattanze e strepiti furibondi delli suddetti..". Alla mancanza di pane si aggiunse la febbre "terzana", che colpì più di cento persone e non meraviglia la sollevazione popolare contro il Governo pontificio del settembre 1793, soffocata dalla Forza pubblica, inviata dalla segreteria di Stato.

Il comune di Morlupo fu assoggettato alle spese di casermaggio e al mantenimento dei soldati trasmessi qui per un tumulto ultimamente accaduto in settembre, mandati colla Commissione dalla segreteria di Stato. La causa di tanto malessere non poteva essere che la lotta per le semine dei terreni comunali tra terrazzani e bovattieri, nonché la penuria di pane. Con Morlupo sede del Cantone della Repubblica del 1798 prende l'avvio il Risorgimento Morlupese. La vita paesana tanto austera si ravviva in occasione delle feste religiose e durante il carnevale, offrendo svaghi ed allegrezze. Oltre alle domeniche, le festività del Settecento erano state ridotte da Pio VI nel 1783 a 19 e Morlupo ne celebrava una decina.

L'esteriorità religiosa era penetrata nell'educazione popolare, per cui i servizi e le processioni erano accompagnati da musiche di pifferi e da “sbraccettate” popolari. In chiesa si passeggiava, si “spettegolava”, alternando il riso e la penitenza, il sacro e il profano. Ma l'inosservanza dei precetti dava adito a inquisizione, a verdetti di scomunica e di galera. Le feste patronali, S. Sebastiano, S. Giovanni Battista, S. Maria Assunta con S. Rocco e S. Liberato, S Michele Arcangelo, pur conservando il carattere religioso, permettevano svaghi e divertimenti profani alla presenza di autorità civili e religiose.

Processioni e cortei sfilavano per il Corso in costumi e divise di gala, le Confraternite sfoggiavano stendardi, tronchi, insegne, con mazzieri e prioretti in pompa magna e il clero in abiti da cerimonia, mentre le finestre si addobbavano dei migliori corredi da sposa. La maggiore attrazione della festa riguardava la corsa dei cavalli al fantino lungo il Corso del paese e la corsa dei cavalli senza fantino, detta dei "Barberi", per un sentiero di campagna.

La corsa dei Barberi, cavalli berberi di proprietà di pochi notabili locali, costituiva il fascino maggiore. I cavalli, già addestrati, venivano condotti alla partenza fuori l'abitato, accompagnati da gruppi di monelli, le cui grida anticipavano il baccano e le incitazioni della corsa. Superata la via della Madonna della Grazie, al bivio per la strada delle Prata, detta "Mossa de' Barberi", i cavalli erano liberati dalla gualdrappa e dalle briglie, gli venivano passati sul dorso dei cordami, a cui erano assicurati dei sacchetti ripieni di pietre acuminate, veri e propri speroni mobili.

Fatta sgomberare la strada, la folla si pigiava contro le siepi, mentre altra gente si assiepava lungo la strada provinciale per godersi lo spettacolo che si svolgeva davanti ai loro occhi. Alle due estremità del percorso prendeva posto l'autorità e la giuria. Finalmente si dava "La Mossa", cioè il via, ai cavalli frementi che prendevano a galoppare lungo la stretta strada tra le urla di incitamento della folla, che allungava il collo per scorgere da lontano i cavalli in piena velocità, spronati dai sacchetti acuminati. Sul traguardo i butteri attendevano l'arrivo dei loro cavalli, pronti a fermarli gettandoglisi al collo, era la "Ripresa".

Con le felicitazioni, il proprietario del cavallo vincente riceveva dai priori comunali un premio in denaro e l'ambito palio, un vessillo fissato su asta variopinta, recante il ricamo del cavallo sfrenato e lo stemma comunale del lupo che sgozza il gallo. Il popolo si riteneva pago dei divertimenti: spari di mortaretti, corse dei cavalli, fuochi d'artificio, dimenticando per un giorno gli stenti e le fatiche. Spesso la festa si concludeva al calar della notte con la sfilata dei "moccoli", ceri accesi tenuti in mano evitando che altri li spegnessero soffiandovi sopra.

Nei giorni di carnevale non mancava la mascherata, il macchiettista, l'improvvisato poeta che declamava i desiderata del popolo ai rappresentanti comunali e ai botteganti del Corso. Lo spettacolo culminava con il gran falò che divorava il fantoccio in fiamme. La festa univa le classi sociali, i giovani ai vecchi, il clero al popolo, in una momentanea eguaglianza e spensieratezza. Con la festa tornavano i giochi d'azzardo e proibiti e gli arresti e condanne. I crimini meno gravi erano puniti con "la berlina", esposizione al pubblico del reo con una scritta appesa al collo. Alla berlina faceva seguito il "cavalletto", col quale il malcapitato era legato sul palco e due giustizieri gli frustavano la schiena con nerbo tra gli applausi della folla, ad arbitrio di S. Ecc. il Governatore.